Quando il cervello va in tilt: come gestire i momenti di scarsa lucidità

Con la ripartenza delle attività scolastiche e lavorative dopo una sosta, ti accorgerai presto che ci saranno giornate in cui una decisione che normalmente prenderesti in pochi minuti sembrerà complicatissima. Rileggerai tre volte la stessa mail, durante una riunione perderai il filo di quello che volevi dire, farai fatica a stabilire le priorità e magari finirai per dedicare mezz’ora a un problema secondario, tralasciando problemi più urgenti (i cosiddetti: elefanti nella stanza).

Spero ovviamente non accada a te, ma la verità è che nel mondo del business quando questo succede è perché il cervello sta gestendo una quantità di stimoli, pensieri e tensioni superiore a quella che riesce a elaborare bene in quel momento e, quando succede, una delle prime capacità a risentirne è proprio la lucidità.

Lo vedo nello sport, dove basta osservare un atleta sotto pressione per accorgersi di quanto rapidamente possa cambiare il suo modo di prendere decisioni, ma lo vedo altrettanto spesso nel mondo del lavoro. Puoi conoscere benissimo la tua attività, avere anni di esperienza e sapere sulla carta quale sarebbe la scelta migliore, eppure trovarti davanti a una situazione nella quale improvvisamente fai fatica a vedere con chiarezza ciò che, in condizioni diverse, ti sembrerebbe quasi ovvio.

Quando continui a pensare, ma pensi peggio

Associare la scarsa lucidità a una mente che “si spegne” può essere fuorviante, perché spesso accade il contrario: il cervello continua a lavorare moltissimo, solo che comincia a farlo male.

Pensa a una giornata particolarmente complicata. Hai una scadenza da rispettare, due persone aspettano una tua risposta, una riunione è andata diversamente da come avevi previsto e, mentre cerchi di concentrarti sul problema più urgente, una parte della tua attenzione continua a tornare su quello che è successo qualche ora prima.

Il cervello prova a tenere insieme tutto e tu hai la sensazione di essere attivissimo. In realtà, stai dividendo continuamente l’attenzione tra presente, passato e futuro, e a un certo punto diventa difficile distinguere ciò che richiede una risposta immediata da ciò che può aspettare.

Nel tennis mi capitava qualcosa di molto simile dopo una sequenza di punti giocati male. Invece di concentrarmi sullo scambio successivo, una parte della testa restava sul diritto sbagliato due punti prima, un’altra cominciava già a fare i conti sul punteggio e un’altra ancora cercava di capire cosa modificare nel gioco. Tutto contemporaneamente.

E provare a risolvere tutto insieme, di solito, non aiutava a giocare meglio il punto successivo.

E se tu la stessi facendo un po’ troppo lunga?

Quando perdi lucidità non cambia soltanto la tua capacità di concentrarti. Può cambiare anche il modo in cui leggi una situazione.

Un commento di un collega che in un altro momento avresti considerato neutro può sembrarti una critica. Un errore facilmente recuperabile assume proporzioni enormi. Una difficoltà temporanea comincia a sembrarti la prova che l’intero progetto stia andando male.

Succede perché pensieri, emozioni e azioni continuano a influenzarsi tra loro e, quando aumenta la pressione, questo meccanismo può accelerare parecchio. Pensi di non riuscire a gestire la situazione, quel pensiero aumenta la tensione, la tensione influenza il modo in cui agisci e una decisione presa con poca lucidità finisce magari per confermare la preoccupazione iniziale.

Un piccolo circolo vizioso, insomma, nel quale è facilissimo entrare senza rendersene conto.

I segnali che ti avvisano del tilt in arrivo

La buona notizia è che raramente passiamo dalla piena lucidità al sovraccarico in un secondo. Di solito ci sono dei segnali intermedi, e imparare a riconoscere i propri permette di intervenire prima che la confusione prenda troppo spazio.

Potresti accorgerti, ad esempio, che:

  • inizi a rileggere più volte le stesse informazioni senza assimilarle;
  • fai fatica a distinguere ciò che è urgente da ciò che è importante;
  • diventi più impulsivo oppure, al contrario, rimandi continuamente una decisione;
  • continui a ripensare a un errore anche quando dovresti occuparti di altro;
  • perdi più facilmente la pazienza e interpreti con maggiore rigidità quello che fanno gli altri.

Non tutti reagiamo nello stesso modo. C’è chi accelera e prova a fare ancora più cose, chi entra in una sorta di immobilità e non riesce più a scegliere, chi cerca di recuperare il controllo occupandosi ossessivamente di dettagli che, in quel momento, contano pochissimo.

Conoscere il proprio schema è già una parte importante del lavoro, perché ti permette di riconoscere quel momento in cui stai ancora funzionando, ma la qualità delle tue decisioni sta iniziando a scendere.

Fermati.

Quando abbiamo molto da fare, fermarci sembra quasi controintuitivo. Se sono in ritardo, devo accelerare. Se ho un problema, devo pensarci di più. Se non trovo una soluzione, devo continuare finché non arriva.

Eppure insistere mentre siamo in sovraccarico può portarci a spendere moltissime energie senza avanzare.

Nello sport questa dinamica è facile da osservare. Tra un punto e l’altro, durante un timeout o nell’intervallo, l’atleta ha pochissimo tempo per interrompere il flusso precedente e riportare l’attenzione su quello che sta accadendo adesso. Non può permettersi di analizzare per dieci minuti l’errore appena commesso, perché nel frattempo la gara continua.

Nel lavoro abbiamo spesso più tempo a disposizione, e paradossalmente lo usiamo peggio. Continuiamo a rimuginare, riapriamo lo stesso problema, cerchiamo altre informazioni quando ne abbiamo già abbastanza.

A volte serve fare qualcosa di molto meno sofisticato: interrompere per qualche minuto quello che stiamo facendo, allontanarci dallo stimolo che ci sta assorbendo e poi tornare chiedendoci quale sia, tra tutte le cose che abbiamo in testa, quella su cui possiamo agire adesso.

Lucidità non è sinonimo di controllo 

Questo è un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi, perché spesso cerchiamo lucidità tentando di eliminare l’incertezza: vogliamo avere più informazioni, prevedere le conseguenze, essere sicuri della decisione prima di prenderla.

Peccato che alcune situazioni non ci daranno mai tutte le informazioni che vorremmo.

Essere lucidi vuol dire riuscire a ragionare bene anche dentro quella quota di incertezza, distinguendo ciò che sappiamo da ciò che stiamo immaginando, ciò che possiamo gestire da ciò che dipende dagli altri o dall’ambiente. Magari, ridimensionando alcune nostre aspettative.

Un atleta non sa quale colpo giocherà l’avversario tra trenta secondi. Un manager non sa con certezza come reagirà il mercato a una decisione. Un imprenditore può costruire scenari, fare previsioni, raccogliere informazioni, ma arriverà comunque un momento in cui dovrà scegliere.

Allenare la mente serve anche a questo: riuscire a stare dentro una situazione complessa senza pretendere di renderla completamente prevedibile prima di agire.

Avere un momento di scarsa lucidità non dice nulla sul tuo valore o sulle tue capacità. Può però raccontarti molto di come reagisci alla pressione, di quali pensieri tendono a occupare più spazio e di quali comportamenti metti in atto quando senti che la situazione ti sta sfuggendo di mano.

Imparare a riconoscere questi meccanismi permette di intervenire prima, recuperare attenzione e affrontare le decisioni con uno stato mentale diverso, nello sport come nel lavoro.

Se ti capita spesso di sentirti sovraccarico, di perdere chiarezza proprio nei momenti in cui ne avresti più bisogno o di accorgerti solo dopo che la pressione ha condizionato le tue decisioni, parliamone insieme e proviamo a capire da dove partire

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