Se lo fai per gli altri, non durerà: la verità sul cambiamento e sulla motivazione
“Lo faccio perché voglio dimostrare che sono capace”.
“Devo arrivare a quel risultato perché si aspettano questo da me”.
“Non posso mollare proprio adesso, cosa penserebbero gli altri?”
Ho elencato alcune frasi diverse che hanno però qualcosa in comune: il motivo per cui stai facendo (o non facendo) ciò che fai, dipende spesso, almeno in parte, da fattori esterni.
Intendiamoci: questo non è necessariamente un problema. Il giudizio degli altri ci influenza, così come ci influenzano le aspettative di un allenatore, di un capo, della famiglia o delle persone con cui lavoriamo. E diciamolo: ricevere approvazione fa piacere a tutti. Le cose iniziano a complicarsi quando quella diventa la ragione principale per cui continuiamo a inseguire un obiettivo.
Perché cambiare richiede tempo, impegno e una buona dose di fatica. Se la motivazione che ci sostiene appartiene soprattutto agli altri, prima o poi rischiamo di chiederci: “Ma io, questa cosa, la voglio ancora?”.
Una domanda meno banale di quanto sembri!
Essere motivati non vuol dire essere sempre entusiasti
Partiamo da un equivoco piuttosto comune: una persona motivata non si sveglia ogni mattina piena di entusiasmo, pronta ad allenarsi, lavorare o affrontare qualsiasi ostacolo le si presenti davanti.
Ci saranno giornate in cui hai voglia di allenarti e altre in cui preferiresti fare tutt’altro, periodi in cui un progetto professionale ti coinvolge moltissimo e altri in cui ti pesa persino accendere il computer. La motivazione non elimina queste oscillazioni e, soprattutto, non può essere misurata sulla quantità di entusiasmo che proviamo in un determinato momento.
Quello che possiamo chiederci è perché abbiamo scelto quella direzione e quanto quella ragione continui ad appartenerci.
Pensiamo a un atleta giovane che continua ad allenarsi perché i genitori hanno investito anni nella sua carriera sportiva, perché l’allenatore vede in lui un grande potenziale o perché tutti gli ripetono quanto sarebbe un peccato “buttare via” quello che ha costruito. Potrà essere disciplinato, allenarsi con costanza e ottenere persino ottimi risultati, ma prima o poi dovrà fare i conti con una domanda: sto continuando perché lo voglio io o perché deludere gli altri mi sembra peggio che andare avanti?
Nel business cambiano i protagonisti, ma non necessariamente il meccanismo.
Quanti dei tuoi obiettivi hai scelto tu?
La carriera offre moltissimi esempi. Vuoi diventare dirigente perché quel ruolo ti interessa oppure perché, dopo quindici anni in azienda, ti sembra il passaggio che “dovresti” fare? Vuoi far crescere ancora la tua impresa perché hai un progetto che ti entusiasma oppure perché rallentare ti sembrerebbe una sconfitta? Vuoi guadagnare di più perché quel denaro è legato a qualcosa che desideri oppure perché quella cifra è diventata il metro con cui misuri il tuo successo?
Non sempre è facile rispondere.
Gli obiettivi nascono all’interno di un ambiente fatto di aspettative, modelli, relazioni e confronti con gli altri, quindi sarebbe poco credibile pensare di poterli costruire in una specie di camera stagna, completamente isolati da ciò che ci circonda.
Possiamo però imparare a capire quanto un obiettivo ci appartenga e quanto, invece, stiamo cercando soprattutto approvazione, riconoscimento o conferme.
Nel secondo caso può succedere qualcosa di curioso: raggiungi quello che volevi e la soddisfazione dura pochissimo. Hai ottenuto la promozione, hai chiuso la trattativa, hai vinto la gara, eppure senti già il bisogno di dimostrare qualcos’altro.
Forse perché quel risultato ha risposto perfettamente alle aspettative esterne, un po’ meno alle tue.
Se la motivazione inizia a scricchiolare
Di solito non succede da un giorno all’altro. La motivazione si indebolisce lentamente e può nascondersi dietro comportamenti che attribuiamo alla stanchezza, alla mancanza di disciplina o a un periodo particolarmente complicato.
Alcuni segnali meritano però attenzione:
- continui a inseguire un obiettivo, ma fai sempre più fatica a spiegare a te stesso perché lo vuoi;
- il pensiero di deludere qualcuno ti spaventa più dell’idea di rinunciare al risultato;
- raggiungere piccoli traguardi intermedi ti dà sollievo più che soddisfazione;
- passi molto tempo a confrontare la tua performance con quella degli altri;
- quando immagini di cambiare direzione, la prima domanda che ti viene in mente è “cosa penseranno di me?”.
Riconoscersi in uno di questi comportamenti non vuol dire che sia arrivato il momento di mollare tutto. Anzi, può essere l’occasione per tornare all’origine dell’obiettivo e capire cosa è cambiato nel frattempo.
Perché anche questo succede: cambiamo noi e cambia quello che desideriamo.
Un obiettivo può essere giusto oggi e sbagliato domani
Ne abbiamo già parlato a proposito delle svolte di carriera: siamo abituati a pensare agli obiettivi come a qualcosa che, una volta stabilito, debba essere raggiunto. Altrimenti abbiamo fallito.
Io credo che questa visione rischi di renderci molto più rigidi del necessario.
Puoi aver desiderato intensamente una certa posizione professionale a trent’anni e scoprire dieci anni dopo che non ti interessa più. Puoi aver costruito gran parte della tua identità intorno a uno sport e, a un certo punto, sentire che vuoi dedicare energie ad altro. Puoi persino raggiungere un obiettivo e accorgerti che la persona che lo aveva scelto qualche anno prima era diversa da quella che sei diventato nel frattempo.
Cambiare direzione non cancella il percorso fatto e, soprattutto, non trasforma automaticamente tutto quello che è venuto prima in tempo perso.
A volte la motivazione cala perché siamo stanchi e abbiamo bisogno di recuperare. Altre volte perché incontriamo una difficoltà e iniziamo a dubitare delle nostre capacità. E altre ancora perché stiamo continuando a correre verso un traguardo che non sentiamo più nostro.
Capire quale di queste situazioni stiamo vivendo cambia completamente il modo in cui possiamo affrontarla.
Motivazione, pensieri, emozioni e azioni
Nel coaching lavoro molto sulla relazione tra pensieri, emozioni e azioni, perché il modo in cui interpretiamo quello che accade modifica quello che proviamo e, di conseguenza, il modo in cui ci comportiamo.
La motivazione attraversa tutte queste dimensioni.
Se penso che debba raggiungere un risultato per dimostrare agli altri quanto valgo, ogni errore avrà un peso enorme, perché non starò mettendo in discussione soltanto la mia prestazione: nella mia testa starò mettendo in discussione il mio valore.
Se invece l’obiettivo nasce da una direzione che riconosco come mia, anche l’errore assume un altro peso. Può infastidirmi, può rallentarmi e può costringermi a cambiare qualcosa, ma diventa parte del percorso anziché una sentenza su chi sono.
E questo vale tanto per l’atleta che affronta una stagione difficile quanto per il manager che sta cercando di crescere professionalmente.
Lavoriamo insieme sulla tua motivazione
Quando una persona mi dice “non sono più motivato”, è difficile che io proponga di lavorare subito sulla motivazione fine a sé stessa. Prima bisogna capire cosa c’è dietro quella frase, da dove nasce l’obiettivo, cosa è cambiato e quanto pesano le aspettative esterne sul modo in cui quella persona sta vivendo il proprio percorso.
A volte serve ritrovare la direzione. A volte bisogna modificare il modo in cui stiamo cercando di raggiungerla. Altre volte, invece, bisogna concedersi la possibilità di scoprire che quella direzione può essere cambiata.
Se senti di stare portando avanti un obiettivo più per le aspettative degli altri che per una motivazione che riconosci ancora come tua, possiamo parlarne insieme e partire proprio da questa domanda: perché hai scelto quell’obiettivo?






