Ridimensionare le aspettative: la cassetta emotiva e come è cambiata la valutazione della performance
Qualche settimana fa ho letto un interessante articolo de “Il Giorno” dedicato a una lista che l’Università Bocconi di Milano ha preparato per le nuove matricole: 25 consigli tra libri, film, serie e podcast che parlano di fallimenti, percorsi tutt’altro che lineari, cambiamenti, ansia da prestazione e persino della possibilità di perdersi un po’ lungo la strada. Giusto per dare un po’ di contesto, la Bocconi è uno tra gli atenei europei più conosciuti nell’ambito dell’economia, del management e della finanza.
Ammetto che la cosa mi ha fatto riflettere, soprattutto perché il consiglio arriva da un’università privata che nell’immaginario collettivo associamo facilmente a un percorso molto definito: studio, ottimi risultati, carriera, successo. E invece il messaggio rivolto a chi sta per iniziare quel percorso sembra andare in un’altra direzione: preparati, studia, impegnati, certo, ma considera anche il fatto che qualcosa potrebbe andare diversamente da come avevi immaginato.
Credo che sia un messaggio molto attuale, non solo per delle matricole universitarie.
Per molto tempo siamo cresciuti con l’idea che esistesse una certa linearità nelle cose: studio tanto, trovo un buon lavoro, costruisco una carriera, raggiungo una posizione e, a un certo punto, vado in pensione. Lo stesso valeva per la vita privata, dove alcune tappe sembravano quasi susseguirsi secondo un ordine prestabilito (impossibile prescindere dal matrimonio o dalla scelta di fare figli, ad esempio).
Oggi quella linearità è molto più difficile da trovare. Cambiano le aziende, cambiano le professioni, cambiano le relazioni, cambiano le condizioni economiche e sociali e, mentre tutto questo succede, cambiamo anche noi. Di conseguenza possono cambiare gli obiettivi che ci eravamo dati qualche anno prima, persino quelli sui quali avevamo investito moltissimo.
Siamo molto bravi a fare programmi, un po’ meno a vederli cambiare
La nostra mente ama costruire collegamenti lineari: faccio A, quindi succederà B. Studio, quindi supererò l’esame. Lavoro bene, quindi otterrò quella promozione. Mi preparo, quindi vincerò la gara.
Peccato che tra A e B ci sia tutto il resto.
Ci sono le altre persone, gli imprevisti, un mercato che cambia, un concorrente che prende una decisione che non avevamo previsto, un problema familiare, un nuovo capo, un infortunio. In poche parole, c’è un ambiente esterno che continua a muoversi mentre noi cerchiamo di seguire il piano che avevamo costruito.
Ognuno di noi è un sistema fatto di pensieri, emozioni e azioni che si muove all’interno di questo ambiente. Quando l’ambiente cambia, cambia quello che proviamo, cambiano i pensieri con cui leggiamo la situazione e, di conseguenza, cambia il nostro modo di agire.
Se continuiamo a pretendere che il piano iniziale resti valido a qualsiasi costo, il rischio è quello di diventare rigidi proprio quando avremmo più bisogno di adattarci.
La metafora della partita di tennis
Immagina di entrare in campo sapendo che il rovescio del tuo avversario è il suo punto debole. Hai preparato la partita, hai studiato come gioca e il piano è piuttosto chiaro: cercherai di fare giocare il tuo avversario in modo che debba usare il rovescio molto spesso.
Poi inizia il match.
Per qualche motivo, il tuo avversario non ti permette quasi mai di costruire il punto come avevi immaginato. Magari quel giorno il suo rovescio funziona molto meglio del previsto, oppure il suo servizio ti costringe continuamente a rispondere in una posizione dalla quale diventa difficile sviluppare il gioco che avevi preparato.
A quel punto puoi continuare ostinatamente a giocare la partita che avevi in testa prima di entrare in campo oppure puoi cambiare la strategia in corsa.
Io lo chiamo, con un’espressione poco tecnica ma che rende bene l’idea, giocare un tennis “sporco”: adattare il proprio gioco a quello che sta succedendo, trovare soluzioni che magari non avevi programmato e accettare che la prestazione migliore possibile, quel giorno, potrebbe avere una forma diversa da quella immaginata.
Magari perderai comunque. Ma potrai uscire dal campo soddisfatto di come hai reagito, di quello che hai provato a cambiare e di come hai gestito una situazione che non avevi previsto.
Se ci pensi, in azienda capita continuamente la stessa cosa.
Quando il piano cambia in azienda
Hai lavorato per anni con l’obiettivo di raggiungere un certo ruolo, poi finalmente ci arrivi e scopri che quel lavoro non ti assomiglia quanto pensavi. Oppure il ruolo che desideravi cambia prima ancora che tu riesca a raggiungerlo, perché l’azienda viene riorganizzata, arriva una nuova tecnologia, il mercato prende una direzione differente.
E adesso?
La reazione più istintiva può essere quella di percepire tutto il lavoro fatto fino a quel momento come uno spreco, oppure di continuare a inseguire quell’obiettivo semplicemente perché era quello che avevamo stabilito.
Esiste però un’altra possibilità: fermarsi, leggere nuovamente la situazione e chiedersi se l’obiettivo che avevamo costruito continua ad avere senso per la persona che siamo oggi e per l’ambiente nel quale ci troviamo.
Non si cambia obiettivo perché “abbiamo fallito in qualcosa”. A volte è proprio la capacità di modificare la direzione a permetterci di continuare il percorso senza restare incastrati in qualcosa che appartiene più al nostro passato che al nostro presente.
Il coaching lavora sugli obiettivi. Anche quando gli obiettivi cambiano
Quando si parla di coaching si parla moltissimo di obiettivi: definirli, renderli raggiungibili, costruire micro obiettivi quotidiani che permettano nel tempo di avvicinarsi a un traguardo più ampio.
Tutto corretto. Ma c’è un pezzo altrettanto importante: imparare ad accettare che quegli obiettivi possono cambiare.
Il lavoro diventa allora anche quello di sviluppare strumenti che aiutino a gestire ciò che accade quando il percorso devia da quello previsto, perché la capacità di adattamento non nasce nel momento dell’emergenza, va allenata prima.
Vuol dire imparare, tra le altre cose, a:
- distinguere ciò che possiamo controllare da ciò che dipende dall’ambiente o dalle altre persone;
- riconoscere quando stiamo difendendo un obiettivo perché lo desideriamo ancora e quando, invece, lo stiamo difendendo soltanto perché abbiamo investito molto per raggiungerlo;
- leggere un errore, una sconfitta o un cambiamento come informazioni nuove con cui ripensare il percorso.
Quest’ultimo passaggio, per me, è particolarmente importante perché siamo abituati ad attribuire all’errore un valore quasi esclusivamente negativo, mentre nello sport sappiamo benissimo quanto una sconfitta possa raccontarci di noi, del nostro modo di reagire e di quello che possiamo allenare.
E se cambiare strada fosse parte del percorso?
Tra i passaggi dell’articolo sulla Bocconi che mi hanno colpito c’è proprio l’idea che le scelte fatte oggi non debbano essere considerate scritte nella pietra.
Vale a vent’anni, quando inizi l’università, e continua a valere a quaranta o cinquant’anni, quando magari hai già costruito una carriera e ti accorgi che qualcosa è cambiato. Intorno a te oppure dentro di te.
Prepararsi all’imprevisto non vuol dire vivere aspettandosi che qualcosa vada storto. Vuol dire accettare che il cambiamento fa parte del percorso e allenarsi a rispondere senza leggere ogni deviazione come una sconfitta personale.
A volte proprio un errore, una caduta o un obiettivo che cambia ci portano davanti a una possibilità che all’inizio non avevamo nemmeno considerato. E magari scopriamo che quella strada imprevista ci assomiglia più di quella che avevamo pianificato per anni.
Lavoriamo insieme sul cambiamento
Avere obiettivi aiuta a dare una direzione al percorso, ma essere performanti richiede anche la capacità di rivederli quando il contesto cambia, evitando che un piano costruito nel passato diventi una gabbia nel presente.
Nel business come nello sport, possiamo allenarci a essere meno rigidi davanti all’imprevisto, a leggere quello che sta succedendo prima di reagire e a trovare una risposta diversa quando quella che avevamo preparato non funziona più.
Se stai attraversando un cambiamento professionale, se un obiettivo che sembrava chiarissimo oggi ti convince meno oppure se qualcosa ha modificato i tuoi piani e fai fatica a capire quale direzione prendere, parliamone insieme.






